LJUBLJANISKI POINT

30 Spettacoli dal vivo visti.
10 Musei, mostre visitati.
Circa 20 parole slovene imparate.
Circa 30.000 m percorsi a piedi. O bicicletta, kolo.

E non è ancora la fine.

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Sono in un momento di grande cambiamento in cui sembra regnare la dicotomia tra la capacità espressiva e la necessità di impressionare. In un percorso di maturazione espressiva che dimostra giorno dopo giorno di essere agli albori di una molto più ampia conoscenza dell’arte in tutti i suoi linguaggi espressivi. E proprio da qui nasce in me un’esigenza seconda solo alla conoscenza stessa: il confronto. Appaiono evidenti gli sforzi fra me e gli interpreti del teatro con cui mi sono mi confrontata, detentori di una grossa consapevolezza di sé, delle proprie capacità e degli strumenti linguistici con cui trasmettere i propri contenuti. Sono altri codici per me e per la mia storia, visti soltanto da dietro una quarta parete e qui affrontati come una chimera direttamente in scena. Senza un copione, senza un costume, senza una trama, senza finzioni, solo il tuo corpo e le tue idee. Pochi oggetti in scena, essenziali. Devi essere in grado di comunicare attraverso il tuo corpo e le tue azioni un messaggio, un contesto, una storia ma non finta. Qualcosa di me che sia interessante da vedere su un palco. E soprattutto capire (e far capire) perché lo stiamo facendo, perché vogliamo comunicare quel determinato messaggio. Perché l’arte senza contenuto è solo un esercizio di stile.

Seguo workshop e laboratori teatrali, vado a Festival e spettacoli di teatro contemporaneo, frequento musei, gallerie d’arte ed eventi culturali e sociali (l’arte e le persone sono sempre strettamente correlati e qui ogni evento culturale è occasione di socializzazione fra le persone), cerco di capire come riesce l’arte a sopravvivere, o meglio, come riesce a sopravvivere chi lavora nell’arte, come vengono amministrati i progetti teatrali, da cosa nasce una collaborazione, come si sviluppa un’idea creativa, quali sono i ruoli e mansioni dentro una realtà artistica.
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E a confronto ci sono anche le storie. Storie di due Nazioni confinanti e differenti. Italia e Slovenia. Osservo e ascolto dalle persone, dalle usanze, dai gesti, dai documenti e monumenti la storia di questa Nazione, parte dell’est europeo. Uno Stato delineatosi più recentemente, che ha vissuto i celti, l’Impero romano, i turchi, la conquista napoleonica, l’impero austro-ungarico, il Regno di Jugoslavia, l’annessione al Regno d’Italia, alla Germania e all’Ungheria, la successiva dittatura di Tito fino alla proclamazione dell’indipendenza negli anni ’90 e dopo il 2004 l’ingresso nella comunità europea. Presentata così, pare una storia lontana, come per me, giovane italiana, s’intende l’Unità d’Italia o il fascismo con Mussolini visto sui libri di storia attraverso fotografie bianche e nere con il bordo della stampa sbiadito e consumato; ma qui osservo tutti e penso che queste persone meno di 35 anni fa vivevano la dittatura, non meno di 25 anni fa non erano una nazione indipendente, e meno di 20 anni fa vivevano l’eco delle guerre jugoslave. E mi chiedo come ci si possa sentire.
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Non intendo creare un trattato storico ma occorre conoscere e capire perché l’arte contemporanea conduce a determinati temi, contenuti e soprattutto stili che possono valere come espressioni nazionali e come codici internazionali, leggibili e condivisi[bili]. Il teatro è  sempre stato un grande interprete del proprio tempo, un grande libro da cui attingere per orientarsi nella vita, per cui indago su ciò di cui il teatro può e deve mostrare  oggi. E attraverso quali tematiche, strumenti, mezzi nuovi e tecnologici senza perdere la propria umanità. Cerco di capire perché in questa zona del mondo sono nati dei grandi personaggi che hanno influenzato la storia e l’arte, come Nikola Tesla o nel settore teatrale-performativo Marina Abramovic. Riconosco molto l’impronta lavorativa di quest’ultima nel linguaggio teatrale locale: la performance affrontata con il vero coinvolgimento mentale ed emotivo e non da dietro ad una recita, con il vero dolore e passione e non da dietro ad una maschera di interpretazione, attraverso grandi concetti di vita espressi in piccole azioni umane che diventano giganti sotto la precisa cura dell’azione stessa, il nudo come mezzo espressivo di partenza e non di arrivo:  partire dal uomo e dalla donna totalmente messi a nudo in scena, che si mostra senza abiti, senza pudore ma non volgari e nemmeno dei nudi aurei neo-classici, è un nudo moderno, pieno di difetti ma per questo diventa un quadro di bellezza sincera, che un poco si odia e si fa del male, ma che fa quello che tutti vorrebbero fare e che pochi riescono a mettere in scena senza scadere nel banale o scontato.

Coinvolta, per adesso resto ancora vestita. E italiana.

Con affetto/ z ljubeznijo,
Silvia.

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