“No news good news” da Gran Vía 16

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Quando vivo all’estero é la frase che ripeto piú spesso ad amici e parenti: no news, good news. (Quasi) tutti reagiscono con un “-.-” che dice tutto. Nonostante ogni giornata regali duecentomila stimoli da cui partire, é dura riportare tutto sul blog a mente fredda. Mi sembra quantomeno ovvio che non avró un futuro da blogger.

Sono stabile in Gran Vía 16, sede di quel che sará BEZ-LO QUE DEBES SABER (non ditelo a nessuno, é ancora tutto un cantiere). La parola d’ordine é “to have QAF”, dove la sigla sta ad indicare Quality, Ambition, Fun. Ieri il direttore durante una delle prime simulazioni di riunione di redazione mi ha chiesto cosa ne pensavo… Ho detto che sicuramente non ci manca la “A”, ambition.  Quando si parte con un nuovo progetto non si puó trascurare l’ambizione, partire col freno tirato, darsi obiettivi raggiungibili per non rimanere delusi. Qui abbiamo i motori a mille.

A tutti noi della redazione é quasi “dispiaciuto” essere ancora nel pieno della fase embrionale proprio durante il periodo delle elezioni municipali e autonomiche spagnole. Durante la riunione ci sono uscite una gran varietá di proposte di inchiesta, analisi e approfondimento all’indomani dei risultati che hanno premiato la lista civica di Ahora Madrid. Infografiche, incrocio dei dati, analisi originali, senza mai perdere di vista il nostro obiettivo primario: differenziarci dal gran RUMORE provocato dagli altri media, e pubblicare “quello che devi sapere”.

A volte mi sento un pesce fuor d’acqua perché in BEZ si parla sempre di un giornalismo intelligente, di “intelligenze al servizio della comunitá” e io non credo di eccellere in questo campo. Faccio il finto modesto, sí.

Ma vi starete chiedendo: cosa significa BEZ in spagnolo? Niente. É il rumore che fa il cervello quando lavora. Non l’avete mai sentito? Fatevi delle domande.

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LJUBLJANISKI POINT

30 Spettacoli dal vivo visti.
10 Musei, mostre visitati.
Circa 20 parole slovene imparate.
Circa 30.000 m percorsi a piedi. O bicicletta, kolo.

E non è ancora la fine.

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Sono in un momento di grande cambiamento in cui sembra regnare la dicotomia tra la capacità espressiva e la necessità di impressionare. In un percorso di maturazione espressiva che dimostra giorno dopo giorno di essere agli albori di una molto più ampia conoscenza dell’arte in tutti i suoi linguaggi espressivi. E proprio da qui nasce in me un’esigenza seconda solo alla conoscenza stessa: il confronto. Appaiono evidenti gli sforzi fra me e gli interpreti del teatro con cui mi sono mi confrontata, detentori di una grossa consapevolezza di sé, delle proprie capacità e degli strumenti linguistici con cui trasmettere i propri contenuti. Sono altri codici per me e per la mia storia, visti soltanto da dietro una quarta parete e qui affrontati come una chimera direttamente in scena. Senza un copione, senza un costume, senza una trama, senza finzioni, solo il tuo corpo e le tue idee. Pochi oggetti in scena, essenziali. Devi essere in grado di comunicare attraverso il tuo corpo e le tue azioni un messaggio, un contesto, una storia ma non finta. Qualcosa di me che sia interessante da vedere su un palco. E soprattutto capire (e far capire) perché lo stiamo facendo, perché vogliamo comunicare quel determinato messaggio. Perché l’arte senza contenuto è solo un esercizio di stile.

Seguo workshop e laboratori teatrali, vado a Festival e spettacoli di teatro contemporaneo, frequento musei, gallerie d’arte ed eventi culturali e sociali (l’arte e le persone sono sempre strettamente correlati e qui ogni evento culturale è occasione di socializzazione fra le persone), cerco di capire come riesce l’arte a sopravvivere, o meglio, come riesce a sopravvivere chi lavora nell’arte, come vengono amministrati i progetti teatrali, da cosa nasce una collaborazione, come si sviluppa un’idea creativa, quali sono i ruoli e mansioni dentro una realtà artistica.
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E a confronto ci sono anche le storie. Storie di due Nazioni confinanti e differenti. Italia e Slovenia. Osservo e ascolto dalle persone, dalle usanze, dai gesti, dai documenti e monumenti la storia di questa Nazione, parte dell’est europeo. Uno Stato delineatosi più recentemente, che ha vissuto i celti, l’Impero romano, i turchi, la conquista napoleonica, l’impero austro-ungarico, il Regno di Jugoslavia, l’annessione al Regno d’Italia, alla Germania e all’Ungheria, la successiva dittatura di Tito fino alla proclamazione dell’indipendenza negli anni ’90 e dopo il 2004 l’ingresso nella comunità europea. Presentata così, pare una storia lontana, come per me, giovane italiana, s’intende l’Unità d’Italia o il fascismo con Mussolini visto sui libri di storia attraverso fotografie bianche e nere con il bordo della stampa sbiadito e consumato; ma qui osservo tutti e penso che queste persone meno di 35 anni fa vivevano la dittatura, non meno di 25 anni fa non erano una nazione indipendente, e meno di 20 anni fa vivevano l’eco delle guerre jugoslave. E mi chiedo come ci si possa sentire.
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Non intendo creare un trattato storico ma occorre conoscere e capire perché l’arte contemporanea conduce a determinati temi, contenuti e soprattutto stili che possono valere come espressioni nazionali e come codici internazionali, leggibili e condivisi[bili]. Il teatro è  sempre stato un grande interprete del proprio tempo, un grande libro da cui attingere per orientarsi nella vita, per cui indago su ciò di cui il teatro può e deve mostrare  oggi. E attraverso quali tematiche, strumenti, mezzi nuovi e tecnologici senza perdere la propria umanità. Cerco di capire perché in questa zona del mondo sono nati dei grandi personaggi che hanno influenzato la storia e l’arte, come Nikola Tesla o nel settore teatrale-performativo Marina Abramovic. Riconosco molto l’impronta lavorativa di quest’ultima nel linguaggio teatrale locale: la performance affrontata con il vero coinvolgimento mentale ed emotivo e non da dietro ad una recita, con il vero dolore e passione e non da dietro ad una maschera di interpretazione, attraverso grandi concetti di vita espressi in piccole azioni umane che diventano giganti sotto la precisa cura dell’azione stessa, il nudo come mezzo espressivo di partenza e non di arrivo:  partire dal uomo e dalla donna totalmente messi a nudo in scena, che si mostra senza abiti, senza pudore ma non volgari e nemmeno dei nudi aurei neo-classici, è un nudo moderno, pieno di difetti ma per questo diventa un quadro di bellezza sincera, che un poco si odia e si fa del male, ma che fa quello che tutti vorrebbero fare e che pochi riescono a mettere in scena senza scadere nel banale o scontato.

Coinvolta, per adesso resto ancora vestita. E italiana.

Con affetto/ z ljubeznijo,
Silvia.

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Dalla ‘Fabrica’ a Gran Vía, grandi cambiamenti a Madrid

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Forse non avrei potuto chiedere di meglio. Partecipare attivamente agli ultimi mesi di crescita e sviluppo di un progetto nato nel 2013 per poi vederlo ‘acquisito’ da parte di un nuovo media digitale. Acuerdo diventerá parte integrante di V** (gli asterischi garantiscono la riservatezza della notizia che vi sto dando), il cui obiettivo é ambizioso: diventare un punto di riferimento stabile e aggiornato per gli spagnoli che vogliono ‘farsi un’opinione’ di ció che succede nel paese.

Sarebbe tutto perfetto se non fosse che questo comporterá il trasloco della redazione. Entro maggio abbandoneremo l’amata Fabbrica di Scatole per trasferirci in Gran Vía, in un ufficio che non é un co-working e che é tutto meno che un luogo informale.

Trovarmi dentro queste situazioni mi entusiasma, se non altro perché si ha la sensazione che tutto sia in movimento, che si stiano cercando soluzioni nuove e che non si voglia rimanere seduti ad aspettare che il tempo passi. L’ambiente cambierá molto, cosí come le modalitá di lavoro quotidiano e gli obiettivi di chi dirigerá il sito (che non condivido appieno).

Le idee nascono anche da questi cambiamenti. Assaggeró un’altra fetta di “giornalismo moderno” e proveró a prenderne le parti migliori scartando ció che non mi convince. 

Cosa abbiamo fatto in questo secondo mese? Incontrato un sacco di gente: professori, disegnatori e sviluppatori web, colleghi. Ognuno di loro mi ha trasmesso qualcosa, tento sempre di usare piú le orecchie che la bocca (mi viene male).

Ieri per esempio ero al Matadero per la festa organizzata da El País in occasione del rilancio del mensile di tendenza Tentaciones, di cui la mia amica-collega-direttore-tutora é collaboratrice. Il tipico posto dove mai mi sarei aspettato di trovarmi, ma tant’é.

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In redazione, abbiamo pubblicato uno speciale sui migranti che partono dalle coste libiche per raggiungere Lampedusa, ma siamo rimasti un pó delusi dal risultato complessivo. Stiamo continuando a maneggiare alcuni database per costruire un’inchiesta-bomba sugli ospedali della Comunitá di Madrid.

Nel frattempo mi hanno rubato il cellulare a El Rastro. Sí, sotto casa. Sí, come un qualsiasi turista che fa compere lí la domenica mattina. Stavo comprando un cd di Paco de Lucia con questa canzone.

Buena vibra, si procede spediti, hasta pronto!