Il segreto é ‘ser colaborativos’

CatturaSe dovessi definire il tipo di giornalismo che ho conosciuto nelle redazioni di Madrid, userei senza esitazione il termine “collaborativo”.

“Collaborativo” si contrappone innanzitutto all’idea di competizione, a quel tipo di giornalista che custodisce segretamente le proprie scoperte e i propri “work in progress“. Collaborare significa mettere le proprie skills al servizio di un lavoro collettivo con un obiettivo comune. (Manca solo che mi metta a scrivere di citizen journalism e la frittata degli inglesismi chic é bella che fatta).

Quale puó essere l’obiettivo comune di un gruppo di giornalisti di testate e mezzi d’informazione diversi? Qui non si fa che parlare della Legge sulla trasparenza nelle amministrazioni pubbliche, che dal dicembre prossimo obbligherá provincie e comunitá autonome a pubblicare milioni di documenti prima inaccessibili. Ecco, i giornalisti fanno squadra affinché questa legge venga rispettata e nulla venga illegittimamente nascosto.

Ma non pensiate che il ‘giornalismo collaborativo’ si fondi sul volontariato o la gratuitá. Proprio in questo momento stanno lavorando con noi un paio di laureati in data journalism che credono nel nostro progetto d’inchiesta e hanno voluto farne parte. Passiamo ore e ore a “escrapear” le pagine web per scaricare i big data, mentre non vedo l’ora di sentire sulla mia pelle cosa si prova a trovare lo scoop del giorno tra i dati raccolti e organizzati in mesi di lavoro.

La collaborazione é un modo di intendere il proprio lavoro e le proprie aspirazioni. Un pó troppo spesso ci hanno insegnato a perseguire il successo personale a discapito degli altri, a guardare con diffidenza ai lavori di gruppo, a disinteressarci del giornalismo come bene comune della societá moderna. A maggior ragione coi dati “nessuno si salva da solo”.

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“No news good news” da Gran Vía 16

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Quando vivo all’estero é la frase che ripeto piú spesso ad amici e parenti: no news, good news. (Quasi) tutti reagiscono con un “-.-” che dice tutto. Nonostante ogni giornata regali duecentomila stimoli da cui partire, é dura riportare tutto sul blog a mente fredda. Mi sembra quantomeno ovvio che non avró un futuro da blogger.

Sono stabile in Gran Vía 16, sede di quel che sará BEZ-LO QUE DEBES SABER (non ditelo a nessuno, é ancora tutto un cantiere). La parola d’ordine é “to have QAF”, dove la sigla sta ad indicare Quality, Ambition, Fun. Ieri il direttore durante una delle prime simulazioni di riunione di redazione mi ha chiesto cosa ne pensavo… Ho detto che sicuramente non ci manca la “A”, ambition.  Quando si parte con un nuovo progetto non si puó trascurare l’ambizione, partire col freno tirato, darsi obiettivi raggiungibili per non rimanere delusi. Qui abbiamo i motori a mille.

A tutti noi della redazione é quasi “dispiaciuto” essere ancora nel pieno della fase embrionale proprio durante il periodo delle elezioni municipali e autonomiche spagnole. Durante la riunione ci sono uscite una gran varietá di proposte di inchiesta, analisi e approfondimento all’indomani dei risultati che hanno premiato la lista civica di Ahora Madrid. Infografiche, incrocio dei dati, analisi originali, senza mai perdere di vista il nostro obiettivo primario: differenziarci dal gran RUMORE provocato dagli altri media, e pubblicare “quello che devi sapere”.

A volte mi sento un pesce fuor d’acqua perché in BEZ si parla sempre di un giornalismo intelligente, di “intelligenze al servizio della comunitá” e io non credo di eccellere in questo campo. Faccio il finto modesto, sí.

Ma vi starete chiedendo: cosa significa BEZ in spagnolo? Niente. É il rumore che fa il cervello quando lavora. Non l’avete mai sentito? Fatevi delle domande.

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LJUBLJANISKI POINT

30 Spettacoli dal vivo visti.
10 Musei, mostre visitati.
Circa 20 parole slovene imparate.
Circa 30.000 m percorsi a piedi. O bicicletta, kolo.

E non è ancora la fine.

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Sono in un momento di grande cambiamento in cui sembra regnare la dicotomia tra la capacità espressiva e la necessità di impressionare. In un percorso di maturazione espressiva che dimostra giorno dopo giorno di essere agli albori di una molto più ampia conoscenza dell’arte in tutti i suoi linguaggi espressivi. E proprio da qui nasce in me un’esigenza seconda solo alla conoscenza stessa: il confronto. Appaiono evidenti gli sforzi fra me e gli interpreti del teatro con cui mi sono mi confrontata, detentori di una grossa consapevolezza di sé, delle proprie capacità e degli strumenti linguistici con cui trasmettere i propri contenuti. Sono altri codici per me e per la mia storia, visti soltanto da dietro una quarta parete e qui affrontati come una chimera direttamente in scena. Senza un copione, senza un costume, senza una trama, senza finzioni, solo il tuo corpo e le tue idee. Pochi oggetti in scena, essenziali. Devi essere in grado di comunicare attraverso il tuo corpo e le tue azioni un messaggio, un contesto, una storia ma non finta. Qualcosa di me che sia interessante da vedere su un palco. E soprattutto capire (e far capire) perché lo stiamo facendo, perché vogliamo comunicare quel determinato messaggio. Perché l’arte senza contenuto è solo un esercizio di stile.

Seguo workshop e laboratori teatrali, vado a Festival e spettacoli di teatro contemporaneo, frequento musei, gallerie d’arte ed eventi culturali e sociali (l’arte e le persone sono sempre strettamente correlati e qui ogni evento culturale è occasione di socializzazione fra le persone), cerco di capire come riesce l’arte a sopravvivere, o meglio, come riesce a sopravvivere chi lavora nell’arte, come vengono amministrati i progetti teatrali, da cosa nasce una collaborazione, come si sviluppa un’idea creativa, quali sono i ruoli e mansioni dentro una realtà artistica.
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E a confronto ci sono anche le storie. Storie di due Nazioni confinanti e differenti. Italia e Slovenia. Osservo e ascolto dalle persone, dalle usanze, dai gesti, dai documenti e monumenti la storia di questa Nazione, parte dell’est europeo. Uno Stato delineatosi più recentemente, che ha vissuto i celti, l’Impero romano, i turchi, la conquista napoleonica, l’impero austro-ungarico, il Regno di Jugoslavia, l’annessione al Regno d’Italia, alla Germania e all’Ungheria, la successiva dittatura di Tito fino alla proclamazione dell’indipendenza negli anni ’90 e dopo il 2004 l’ingresso nella comunità europea. Presentata così, pare una storia lontana, come per me, giovane italiana, s’intende l’Unità d’Italia o il fascismo con Mussolini visto sui libri di storia attraverso fotografie bianche e nere con il bordo della stampa sbiadito e consumato; ma qui osservo tutti e penso che queste persone meno di 35 anni fa vivevano la dittatura, non meno di 25 anni fa non erano una nazione indipendente, e meno di 20 anni fa vivevano l’eco delle guerre jugoslave. E mi chiedo come ci si possa sentire.
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Non intendo creare un trattato storico ma occorre conoscere e capire perché l’arte contemporanea conduce a determinati temi, contenuti e soprattutto stili che possono valere come espressioni nazionali e come codici internazionali, leggibili e condivisi[bili]. Il teatro è  sempre stato un grande interprete del proprio tempo, un grande libro da cui attingere per orientarsi nella vita, per cui indago su ciò di cui il teatro può e deve mostrare  oggi. E attraverso quali tematiche, strumenti, mezzi nuovi e tecnologici senza perdere la propria umanità. Cerco di capire perché in questa zona del mondo sono nati dei grandi personaggi che hanno influenzato la storia e l’arte, come Nikola Tesla o nel settore teatrale-performativo Marina Abramovic. Riconosco molto l’impronta lavorativa di quest’ultima nel linguaggio teatrale locale: la performance affrontata con il vero coinvolgimento mentale ed emotivo e non da dietro ad una recita, con il vero dolore e passione e non da dietro ad una maschera di interpretazione, attraverso grandi concetti di vita espressi in piccole azioni umane che diventano giganti sotto la precisa cura dell’azione stessa, il nudo come mezzo espressivo di partenza e non di arrivo:  partire dal uomo e dalla donna totalmente messi a nudo in scena, che si mostra senza abiti, senza pudore ma non volgari e nemmeno dei nudi aurei neo-classici, è un nudo moderno, pieno di difetti ma per questo diventa un quadro di bellezza sincera, che un poco si odia e si fa del male, ma che fa quello che tutti vorrebbero fare e che pochi riescono a mettere in scena senza scadere nel banale o scontato.

Coinvolta, per adesso resto ancora vestita. E italiana.

Con affetto/ z ljubeznijo,
Silvia.

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Dalla ‘Fabrica’ a Gran Vía, grandi cambiamenti a Madrid

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Forse non avrei potuto chiedere di meglio. Partecipare attivamente agli ultimi mesi di crescita e sviluppo di un progetto nato nel 2013 per poi vederlo ‘acquisito’ da parte di un nuovo media digitale. Acuerdo diventerá parte integrante di V** (gli asterischi garantiscono la riservatezza della notizia che vi sto dando), il cui obiettivo é ambizioso: diventare un punto di riferimento stabile e aggiornato per gli spagnoli che vogliono ‘farsi un’opinione’ di ció che succede nel paese.

Sarebbe tutto perfetto se non fosse che questo comporterá il trasloco della redazione. Entro maggio abbandoneremo l’amata Fabbrica di Scatole per trasferirci in Gran Vía, in un ufficio che non é un co-working e che é tutto meno che un luogo informale.

Trovarmi dentro queste situazioni mi entusiasma, se non altro perché si ha la sensazione che tutto sia in movimento, che si stiano cercando soluzioni nuove e che non si voglia rimanere seduti ad aspettare che il tempo passi. L’ambiente cambierá molto, cosí come le modalitá di lavoro quotidiano e gli obiettivi di chi dirigerá il sito (che non condivido appieno).

Le idee nascono anche da questi cambiamenti. Assaggeró un’altra fetta di “giornalismo moderno” e proveró a prenderne le parti migliori scartando ció che non mi convince. 

Cosa abbiamo fatto in questo secondo mese? Incontrato un sacco di gente: professori, disegnatori e sviluppatori web, colleghi. Ognuno di loro mi ha trasmesso qualcosa, tento sempre di usare piú le orecchie che la bocca (mi viene male).

Ieri per esempio ero al Matadero per la festa organizzata da El País in occasione del rilancio del mensile di tendenza Tentaciones, di cui la mia amica-collega-direttore-tutora é collaboratrice. Il tipico posto dove mai mi sarei aspettato di trovarmi, ma tant’é.

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In redazione, abbiamo pubblicato uno speciale sui migranti che partono dalle coste libiche per raggiungere Lampedusa, ma siamo rimasti un pó delusi dal risultato complessivo. Stiamo continuando a maneggiare alcuni database per costruire un’inchiesta-bomba sugli ospedali della Comunitá di Madrid.

Nel frattempo mi hanno rubato il cellulare a El Rastro. Sí, sotto casa. Sí, come un qualsiasi turista che fa compere lí la domenica mattina. Stavo comprando un cd di Paco de Lucia con questa canzone.

Buena vibra, si procede spediti, hasta pronto!

La fabbrica di scatole, ovvero un mese a Madrid

La Fabrica vista dall'esterno

La Fabrica vista dall’esterno

Me ne sono accorto oggi, quando all’ingresso della metropolitana, stazione Tirso de Molina**, il tornello non si sbloccava: dovevo ricaricare l’abbonamento mensile, era giá passato un mese. Operazione, quella della ricarica, che solitamente richiede non piú di un paio di minuti ma che oggi mi ha costretto ad arrivare tardi a La Fabrica de Cajas (letteralmente “fabbrica di scatole”), piú una famiglia che uno spazio di co-working.

Ah, per chi non lo sapesse: arrivare tardi al lavoro significa, qui, aprire la porta dopo le 11*. Dio benedica gli spagnoli.

La Fabrica è un posto delizioso dove passo la maggior parte del mio tempo. E, udite udite, è davvero un co-working! Prima di oggi pensavo che “co-working” fosse uno di quegli inglesismi cool fatti solo per mascherare cose vecchie e normalissime, invece esistono davvero! O almeno, La Fabrica de Cajas è un continuo contaminarsi-aiutarsi, condividere momenti di scazzo-successo-emozione-creativitá, gente che va e gente che viene, un videomaker che incontra uno della post-produzione che incontra un giornalista che “possiamo fare grandi cose assieme!”.

A La Fabrica de Cajas siamo in due giornalisti, io e la mia collega-direttore: ci dividono piú o meno dieci anni d’esperienza ma l’entusiasmo e la passione per il giornalismo sono gli stessi. Il patto tra noi due è chiaro: sto qui tre mesi, faccio quel che posso per Acuerdo.us e intanto ti seguo ovunque tu vada, mentre tenti di far crescere questo piccolo media digitale nato e cresciuto con grandi ambizioni.

Tra i tanti tweet che proponiamo quotidianamente per raccogliere nuovi followers, uno mi ha sorpreso particolarmente: “dal 2008 ad oggi in Spagna i nuovi media lanciati da giornalisti sono stati 519: 441 sono tutt’ora attivi, 40 hanno chiuso e 38 sono ibernati”. Le mie impressioni vengono quindi confermate dai numeri: la Spagna è un paese vivace da questo punto di vista. Dei tanti incontri interessanti che ho fatto, mi rimangono impressi i consigli e le parole di bravi giornalisti (quelli con la “schiena dritta”, per intenderci) che negli ultimi anni hanno perso il loro posto nelle grandi redazioni o hanno rinunciato a compromessi che svilivano la professione. Con la crisi economica e dell’editoria, in tanti si sono rimessi in gioco e stanno cercando (o hanno giá trovato) modi nuovi di raccontare la realtá.

Ascolto, talvolta intervengo, faccio tesoro delle esperienze degli altri.

E intanto lavoriamo su Acuerdo, che presto potrebbe trovare una nuova casa nella redazione di un nuovo grande mezzo d’informazione digitale (anche se io sono affezionato a La Fabrica).

Big Data, Open Data, strumenti per lo storytelling interattivo, modelli di sviluppo economicamente sostenibili, le relazioni con i disegnatori e gli sviluppatori web, i collaboratori esterni. E poi i social, i bug nell’app che lanceremo tra poco, le cose che non vanno mai come dovrebbero andare. Ma la passione rende il tutto molto piú stimolante.

Ci aggiorniamo, andiamo alle feste di compleanno dei mezzi d’informazione che stanno sopravvivendo, continuiamo a diversificare le nostre entrate e a pensare nuovi progetti da realizzare.

Intanto scriviamo, e aggiorniamo il blog, dove trovate anche mio materiale. E lavoriamo su nuove inchieste e nuovi report interattivi, uno dei quali uscirá presto e sará sul femminicidio in Spagna dal 2008 ad oggi (non vi immaginate che fatica raccogliere tutti i dati, ma per il risultato finale ne è valsa la pena).

Insomma, nonostante un mese esatto di silenzi e assenza facciamo, lavoriamo, non preoccupatevi.

Se mantengo questo ritmo, ci sentiamo al prossimo tornello bloccato della metro, al prossimo mese 🙂

Lorenzo

*Avendo timore che qualcuno stia pensando “questo qua non fa proprio una mazza”, ci tengo a sottolineare che 6 giorni su 7 esco da La Fabrica dopo le 20, stanco ma felice.

**Ah, giá che ci sono: Tirso de Molina é una delle piazze principali del mio barrio (quartiere), che si chiama Lavapiés. Avrei un’infinitá di cose da raccontare su questo barrio ma vi lascio solo una foto della vista dal balcone da cui sto scrivendo la domenica mattina, quando sotto casa mia c’é El Rastro, il tradizionale e antichissimo mercato di Madrid.

El Rastro dal mio balcone

El Rastro dal mio balcone

L̶i̶v̶e̶ Work in Pankow

IMG_20150418_131329678-01Per lo stage collaboro attivamente con “il nuovo Berlinese” un giornale online con sede a (nord) Est, precisamente in Vinetastrasse a Pankow. Così, quasi senza accorgermene, sono passato da “Live in Pankow” a “Work in Pankow”; una zona meravigliosa dove in diverse vie sembra che il 1989 abbia cristallizzato le facce delle persone e le facciate dei palazzi, e dove la gentrificazione che cancella i segni del passato fatica ad arrivare. Nella redazione scrivo articoli, gestisco la comunicazione e impagino il progetto dell’edizione cartacea del giornale. Insieme al mio tutor e caporedattore, Emilio, organizziamo interviste e cronache dal mondo culturale e politico della città.
Il tempo passato in redazione è davvero poco rispetto a quello dedicato all’attività “sul campo”: grazie a questa esperienza ho già potuto mettermi alla prova nel contesto dell’ambasciata italiana a Berlino (ho fatto bene a mettere la cravatta in valigia) così come in quello di piccole mostre undeground. Ho seguito la tre giorni berlinese del collettivo Wu Ming.

E fuori dai tempi dedicati allo stage, c’è tutta una metropoli pulsante, magari più addomesticata rispetto ad un tempo, ma ancora capace di stupire.

HGW XX/7

La scrivania di Erich Mielke

La scrivania di Erich Mielke

Natale con chi vuoi e Pasqua con chi vuoi: ecco, io per esempio mi sono fatto un giro nel quartiere di Friedrichshain in una mite e soleggiata giornata di aprile. Ho ripercorso tutta Karl Marx-Allee, come sempre quasi deserta e per questo ancora più affascinante, e mi sono recato al Museo della Stasi: questa esposizione è stata ricavata nella palazzina centrale della ex-cittadella governativa occupata dagli uffici del Ministero per la Sicurezza dello Stato che dà su Frankfurter Allee nel quartiere di Lichtenberg. Nonostante si trovi a pochi passi dalla stazione della U5 di Magdalenestrasse, la segnaletica per trovarlo è decisamente scarsa, forse anche per il poco “hype” che circonda questo spazio museale. La visita denota come la materia trattata sia ancora “incandescente” e dunque bisognosa di essere narrata solo dalla parte di chi dopo il 1989 ha trinfato e, detto tra noi, il museo lascia spazio ad inquietanti riflessioni su come, grazie alla tecnologia, si sia semplicemente evoluta la capacità di controllo sociale che un potere costituito (politico o economico) può esercitare su milioni di persone.